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La “peste” dell’Everest

La “peste” dell’Everest
di Agostino Da Polenza
(
pubblicato da montagna.tv.com l’11 maggio 2016, per gentile concessione)

Come le sette piaghe d’Egitto. La prima: la grande valanga che ha ucciso il più alto numero di lavoratori/alpinisti nepalesi due anni fa. La seconda: il terremoto dell’anno scorso e le vittime del campo base. La terza: il mal di montagna diffuso di quest’anno, pervicace, strisciante. Un male che ha già ucciso due alpinisti, ne ha cacciati dal campo base una ventina, ne ha costretti 140 a ricorrere alle cure dei medici che al base hanno una postazione di pronto intervento. Bhuwan Acharya, del presidio sanitario di Periche, un ospedalino che funziona da 30 anni voluto dall’Himalayan Rescue Association, ha detto che ha erogato in tre settimane almeno 320 trattamenti a pazienti , mentre più di 10 persone sono state quotidianamente visitate e trattate con ossigeno: “Sette stranieri e tre sherpa d’alta quota sono stati anche evacuati ” ha aggiunto.

London da Uomo Ginnastica North Jeans 585 Basse Marine Pepe Mix Blu Scarpe Il campo base nepalese dell’Everest 5364 m
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Le calamità della grande montagna non accennano a diminuire, la sua rabbiosa indignazione, ancorché divina, è ancora ad elevato potere distruttivo.

Mix Uomo Ginnastica 585 Marine London Pepe Blu Jeans da Scarpe Basse North Sono certo che in buona sostanza è questo che pensano i mitici e miti (sempre meno) compagni autoctoni degli alpinisti delle spedizioni commerciali accampati sui fianchi del Sagarmatha, la Dea Madre.

400 alpinisti presenti, secondo le autorizzazioni di salita concesse, oltre a 500 tra cuochi, ragazzotti di cucina, portatori d’alta quota e sherpa. Una tonnellata di cacca al giorno, prodotta al campo base e portata a spalla e seppellita su una morena secca più a valle, e, nelle giornate di bel tempo, almeno un’altra mezza tonnellata tra campo due, tre e quattro. Mi perdonino le anime belle delle montagne, ma, se di sostenibilità ambientale dobbiamo parlare, di questo bisogna occuparsi. E la Dea, che sarà pure Madre, credo si sia stufata di pulire il culo dei suoi ingordi figli, asiatici o occidentali che siano.

Perché se tutto questo mal di montagna, gli edemi polmonari e pure quelli cerebrali, è ascrivibile a una forma di psicosi determinata più dalla grande inesperienza di chi è in questo Luna Park d’alta quota, che dalla fisiologia, allora, magari, la questione non è grave da un punto di vista medico, ma lo è certamente da quello ambientale.

Mi spiego. Difficile fare valutazioni sull’esperienza alpinistica dei partecipanti alle spedizioni commerciali che si iscrivono per salire l’Everest e che ora (moda lanciata al Nanga Parbat lo scorso inverno) si pre-acclimatano sulle montagne circostanti come il Lobuche Peak.

Non è che i quasi 6200 metri di questo bel monte siano meno letali della stessa quota a campo due all’Everest se non si è acclimatati per nulla. Difficili anche che le considerazioni su coloro che assumono 5 o 6 pastiglie di Diamox (diuretico) al giorno per poi farsi delle flebo per reidratarsi. Lakpa Norbu Sherpa, che lavora con un team di medici al campo base dell’Everest, ha informato che di aver trattato clinicamente almeno 140 persone nelle ultime tre settimane.

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Pemba Sherpa, forse il maggior e più esperto organizzatore nepalese di spedizioni commerciali con la sua Agenzia Seven Summit (dopo le decine di clienti sull’Everest, pensate che porterà 44 clienti anche al K2 quest’estate), ha confermato che la maggior parte dei lavoratori/nepalesi quest’anno  ha problemi di salute, ma ha anche detto che ce ne sono pochi di esperienza che hanno accettato di tornare sulla montagna. La maggior parte sono ragazzotti che vengono da valli lontane, verso il Terai: esperienza 0.

Causa della “pandemia” reale o immaginaria, possono poi essere le condizioni igieniche che si determinano al campo base. Vero che ci sono le latrine obbligatorie, ma è altrettanto usuale pisciare dietro la tende: lo fanno i cuochi, gli sherpa e gli ospiti lautamente paganti, che la fanno di notte anche in bottiglie e contenitori vari che svuotano al mattino (dove?). Il lavaggio delle mani poi è consuetudine poco frequentata. In più di temperature miti non facilitano, come fa il gelo, il blocco delle gite batteriche.

Le epidemie di gastroenterite, o più semplicemente di “cagotto”, in passato si sommavano, nelle giornate di maltempo e di grande scambio di germi dentro le tende collettive, a quelle di potenti raffreddori e bronchiti, che si sommavano agli effetti dell’ipossia e al mal di testa conseguente.

Se prima tutto ciò era considerato una normale ricaduta dell’essere in quota, in un luogo disagiato e freddo, ora il terrore della vendetta della Dea Madre pare stia seminando il panico e pare che gli alpinisti ricorrano alle cure dei medici dell’Himalayan Rescue più che i malati a quelle dell’ASL.

Vedremo le statistiche a fine stagione.

Rimane il dubbio che dopo le prime due “piaghe” e dopo la rivolta del popolo lavoratore delle alte quote, il film Sherpa lo documenta anche con crudezza, si sia pensato che riprendere con l’andazzo precedente fosse normale, anzi giusto. Si è creduto che autorizzare qualche volo di elicottero da campo base a campo uno, per diminuire i rischi e fare un paio di visite politiche al campo base, fosse rassicurante e risolvesse i problemi.

Ma le spedizioni commerciali organizzate in Europa, Nuova Zelanda o Nepal (la maggior parte ormai) e i permessi collettivi gestisti al ribasso sono stati e sono la vera degenerazione dell’alpinismo, lo svilimento del valore culturale ed estetico delle montagne. Pochissimi se ne sono sottratti e le evitano, anche tra i grandi, i puri ed i politicamente e socialmente corretti. E questa storia di innaturale malessere lo dimostra ampiamente.

Affollamento sull’Hillary Step
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L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

Ricordo bene quando andammo a girare il primo spot Altissima, purissima, levissima in Nepal, nella valle del Khumbu. Era quasi Natale del 1992, una delle scene da girare prevedeva, in una location a ben più di 5000 metri sopra Dingpoche, che Reinhold Messner si aggirasse da solo su alcuni pendii di ghiaccio e che a un certo punto si soffermasse ad osservare l’acqua purissima che alcune stalattiti di ghiaccio avrebbero dovuto rilasciare con il calore del sole.

Il luogo era stato raggiunto dalla numerosa troupe e dal regista di San Francisco in elicottero la sera del 19 dicembre: solo io e pochissimi altri eravamo saliti a piedi al mattino. Nella notte quasi tutti erano stati male, non acclimatati e in pieno disagio fisico nelle tende. Il mattino dopo il freddo era davvero siderale e quando si dovette girare, come da programma ma con un cielo livido, la scena delle stalattiti, l’acqua tiepida appena scaldata con un fornello e versata sulle stalattiti ghiacciava immediatamente. Non colava alcuna goccia. Il nervosismo di trenta persone, che per tutta la giornata era stato latente, esplose. Volevano scendere, andarsene al caldo dell’Hotel dei Giapponesi a Khumjung. Ma il regista, che soffriva come un cane anche lui, insisteva. Voleva la sua acqua colare. Risolse tutto un macchinista de Roma, che ebbe l’idea di versare sulle stalattiti due bottiglie di vodka!

Lì ebbi la misura di quanto il cinema possa e spesso debba essere finzione. Non mi era ancora bastato vedere come perfino nelle foto di still life si preferisse l’uso di frutta finta al posto di quella vera.

Il regista islandese Baltasar Kormákur a Namche Bazar
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Ho visto il film Basse Ginnastica London da 585 Marine Uomo Jeans Mix Blu North Scarpe Pepe Everest di Baltasar Kormákur, e mi è piaciuto. Nessuno poteva essere più prevenuto di me. Mi aspettavo la solita “stallonata” alla Cliffhanger, ma anche la pretenziosità insoddisfatta di North Face o, ancor peggio temevo una similitudine con quell’altra boiata pazzesca (con tema K2), Vertical Limit. Non osavo sperare l’attrazione di Assassinio sull’Eiger e non ritenevo che Everest potesse uguagliare La morte sospesa (Touching the void) di Joe Simpson.

La reazione del pubblico al Festival di Venezia (film d’apertura, fuori concorso), nonché i commenti non proprio favorevoli di Reinhold Messner e Simone Moro, avevano fatto il resto.

Razionalmente mi stavo imponendo, mentre attendevo che le luci si spegnessero, di accettare che un film a lungometraggio non debba essere una fedele trascrizione visiva di fatti vissuti e raccontati; che la storia narrata da Jon Krakauer in Aria sottile potesse essere anche stravolta; che la mia esperienza di alpinista dovesse essere messa da parte, perdonando dunque piccole grandi inesattezze, gli svarioni, le incongruenze, le esagerazioni.

Mi ripetevo che, se si sta a quanto raccontato da Anatolij Bukreev, neppure Jon Krakauer aveva raccontato la vera verità riguardo ai fatti di quel 10 maggio 1996.

Assorto in questo training autogeno, ma contemporaneamente munito di blocchettino degli appunti e matita per poter annotare anche al buio ogni fesseria vista o sentita nei dialoghi, il film è iniziato.

Un primo respiro di sollievo l’ho tirato quando mi sono accorto che il film era sottotitolato: non avrei perciò dovuto sentire le ulteriori vaccate del doppiaggio!

E già dopo pochi minuti il mio atteggiamento era cambiato: il film procedeva sui binari di una recitazione corretta, non c’erano sbavature, non c’era la fastidiosa sensazione che il regista calcasse la mano per creare un clima di attesa e di suspence. Scarno, per ciò che riguarda le motivazioni dei clienti delle spedizioni commerciali. Pochi contenuti ma nessuna aggiunta. Poi le riprese: belle, talvolta bellissime, perfino le poche ricreate artificialmente negli studios.

Una scena di Everest
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La critica
Michele Gottardi
aveva scritto, dopo la “prima” mondiale a Venezia: “L’Everest si staglia sul grande schermo della Mostra ed è gelo in sala. Ma non per il pathos che il regista Baltasar Kormákur trasmette allo spettatore impaurito dalla tormenta o dal freddo; o per le paure che gli esiti del film incutono. Everest resta sospeso sul ponte tibetano delle infinite soluzioni, non osando fare un film completamente spettacolare e hollywoodiano, né riuscendo fino in fondo a trasmettere quel senso di mistero e di pericolo che la montagna più ostica del mondo ancora mantiene, nonostante le orde barbariche che l’hanno aggredita in questi ultimi vent’anni.

Poi il film comincia a mutare registro, virando verso tragedia e precipizio. Il dubbio che sorgeva (anche sulla scorta di una polemichetta avanzata da Reinhold Messner, che dava per assente il senso stesso della vetta) era: ci sarà la montagna? A luci spente, la sensazione del grande alpinista viene in parte confermata. Senz’altro non è stato (solo) girato su una pista di sci come ha detto Messner (le montagne della Val Senales sono state l’Everest, mentre a Cinecittà in studio è stato ricostruito l’interno del campo base), ma certamente il cinema di montagna è altra cosa. Elevare il dramma a spettacolo aumenta l’attenzione dello spettatore ma qui troppe vicende familiari e colpi di scena ne fanno un’occasione mancata”.

L’Everest. Foto: David Breashears
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Jeans Blu Pepe London Basse Mix Ginnastica da Scarpe North Uomo Marine 585 Reinhold Messner aveva detto al settimanale Oggi: “Parlando con i produttori ho capito che la vicenda viene ricostruita in modo parziale… la tragedia del ’96 non fu una semplice disgrazia. E’ accaduta perché due bravissime guide, Rob Hall e Scott Fisher, decisero erroneamente di diventare imprenditori del settore turistico. L’alpinismo è una cosa, lo sport e il turismo un’altra”. Hall e Fischer erano in competizione tra loro per chi riusciva a portare più gente in cima all’Everest. Dovevano porsi obiettivi più ragionevoli. Sull’Everest porti qualcuno, non decine di persone alla volta. Per far salire gente impreparata Rob Hall e Scott Fischer hanno fatto ricorso a tutte le loro risorse fino a esaurirle. Erano sfiniti. Sono morti loro e gli altri, senza un’idea di cosa fare, hanno fatto la stessa fine“.

Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers)
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E Simone Moro: “Non giudico mai qualcosa che non ho visto e onestamente spero che sia un bel film e che faccia un buon intrattenimento cinematografico… So che Reinhold Messner ha criticato aspramente il film. Pare che Messner abbia assistito alle riprese e abbia detto: «Non può raccontare la realtà: è stato girato su una pista da sci… una cosa hollywoodiana, dove manca il protagonista principale, la montagna».

Peccato solo che la fonte di quel film sia il libro sbagliato o meglio la voce sbagliata… Ero grande amico di Anatolij Bukreev… Ho ascoltato dentro una tendina e alla luce di una candela la sua ultima narrazione di alcuni fatti accaduti in quella spedizione… Molte verità non sono mai state gridate e altre sono sotto gli occhi di tutti quelli che conoscono l’alpinismo e l’Everest. Mi spiace che Anatolij non abbia più voce oggi ed io non posso essere la sua anche se ho provato a raccontare di lui in Cometa sull’Annapurna. Il libro che lui ha scritto, Everest 1996 – cronaca di un salvataggio impossibile (CDA, Torino, 1998 tradotto dall’edizione originale The Climb, 1997, NdR) rimane letto da pochissimi e la sua storia personale quasi sconosciuta.
Sarebbe bastato il silenzioso sguardo proveniente dagli occhi azzurri di Anatolij per far capire chi era lui veramente… Già, solo in quello sguardo, molti spettatori usciti dalle sale cinematografiche avrebbero trovato risposte e sarebbero tornati a casa con le idee più chiare e più loro…
Io di quel film ho visto solo il trailer e non muoio dalla voglia di andare per forza a vederlo… ma lo considero come uno dei tanti film di intrattenimento e non un film verità e dunque lo giudico con serena pacatezza…”.

Sul set di Everest
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Il punto di vista del regista
L’islandese Baltasar Kormákur parla del suo rapporto con la natura e di come l’aver camminato ogni giorno attraverso una tempesta di neve per andare a scuola abbia influenzato il suo punto di vista nel dirigere il film. All’osservazione che Messner lo abbia criticato ribatte: “E non aveva neanche visto il film! Dice che non è reale, ma qual è il punto? Alfonso Cuaron è forse andato nello spazio per girare Gravity? Il cinema è simulazione, tentiamo di ricreare la realtà senza uccidere nessuno o mettere gli attori e la troupe in pericolo. Io ho fatto del mio meglio per renderlo reale, più di quanto sia mai stato fatto nel cinema di finzione: abbiamo girato a -30° per sei settimane! Abbiamo scalato per davvero i monti, quindi dovevamo saper tenere la situazione sotto controllo e, nel caso, poter evacuare la gente. E lo abbiamo dovuto fare sul serio, un paio di volte, per il rischio di valanghe…

L’emozionante scena in cui Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers) perde l’equilibrio sulla scala
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Abbiamo perso un set sotto una valanga. E mentre giravamo, in una valle vicina sono morte delle persone per una valanga. Eravamo estremamente consapevoli del rischio. Ma io non metto la gente in pericolo per ottenere quello che voglio. Come ha detto Jake Gyllenhaal, c’è differenza tra soffrire e farsi male. Io li ho fatti soffrire, più di quanto qualsiasi regista sia disposto a fare. Non per ragioni sadistiche, ma perché volevo il realismo: non volevo che interpretassero il freddo, volevo che lo provassero davvero. Questo vale anche per lo script: non volevo aggiungere un cattivo inesistente alla storia. E poi sono andato in Nuova Zelanda a incontrare i sopravvissuti, ho ascoltato le registrazioni delle conversazioni tra Rob Hall e sua moglie e tra Rob e il campo base. Ho appreso dettagli incredibili che nessun libro sull’argomento ha mai riportato…
Al cinema ci aspettiamo che i buoni sopravvivano e i cattivi muoiano. Ma la vita reale non è così: la vita è ingiusta. Volevo che il mio film fosse proprio questo…
Nel mio caso non c’è niente di inventato, nessun dramma fasullo, nessun personaggio femminile aggiunto a forza per far colpo sulle donne…
Anche in Val Senales, ho tentato di girare all’esterno il più possibile, pur sapendo che avrei dovuto ritoccare gli sfondi… Ci sono stati anche momenti drammatici, alcuni se ne volevano andare… Volevo che tutto fosse autentico: avevamo sempre con noi trenta sherpa, ci hanno seguito anche a Cinecittà, dove hanno costruito il set del campo base personalmente, perché hanno le loro tecniche precise
”.

Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
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E quello di alcuni attori
Per Jake Gyllenhaal, che interpreta il ruolo della guida Scott Fischer, in mezzo a tutto quell’avventuroso spettacolo, in cui si è anche congelato un orecchio, il momento più commovente è quella telefonata finale tra Jason Clarke e Mix North Marine London Jeans Scarpe Pepe Blu Uomo Ginnastica 585 Basse da Keira Knightley(Rob Hall e sua moglie, nella realtà). Il grande lavoro fatto da loro è quello che più si avvicina al reale…
A voi sembrerà che abbiamo torturato noi stessi per questo film, ma per me è stato un atto creativo, non distruttivo.
Josh Brolin, mascella quadrata, grande senso dell’umorismo spaccone, interpreta Beck Weathers, il perfetto americano, anzi texano. E’ lui quello che chiede al sirdar Ang Dorjie, quando gli viene presentato, se sa parlare inglese: E quello gli risponde: «Meglio di te, americano»!

Il mio agente mi ha detto: «Sei sicuro di volerlo fare? La tua non è la parte principale». «Sì, ok, ma l’hai letta la sceneggiatura? ». Mi ha davvero commosso e se non ti smuove qualcosa vuol dire che hai un cuore di ghiaccio…
Per prepararmi al film, visto che mi piace l’idea di scalare, ho salito una via ferrata in Svizzera. L’ho fatta su consiglio di un mio amico scomparso da poco, Dean Potter, ma mentre me lo diceva mi sono dimenticato che parlavo con un tizio a suo agio su una parete liscia a 1500 metri d’altezza e senza corde. A metà del percorso ero già incazzato nero e mi dicevo «Quando torno a casa lo ammazzo». Ero appeso nel vuoto e non potevo tornare indietro, non c’erano segnali e pregavo che non ci fosse il gran finale, ma ovviamente c’era, altrimenti non sarebbe un’attrazione per alpinisti. Così giro l’angolo e vedo un ponticello appeso su uno strapiombo, che oscillava da tutte le parti. Il mio corpo si rifiutò fisicamente di proseguire: non volevo morire, avevo appena conosciuto una ragazza fantastica e mi piaceva la mia vita. Allora capii che dovevo semplicemente lasciarmi andare e iniziare a camminare. Non avevo mai provato a sfidare la paura a quel livello, ma quell’esperienza mi ha dato un minimo di comprensione di quello che avevano provato gli alpinisti sull’Everest…
Io ho fatto tutti i miei stunt. L’animazione in CGI (
computer-generated imagery) è lo strumento migliore per questo tipo di film: in Star Wars, ad esempio, la si usava per realizzare qualcosa di mai visto prima, qui per ricreare qualcosa che abbiamo solo immaginato e mai toccato con mano. Ma la scena in cui scivolo sulla scala ho dovuto farla davvero per circa 150 volte. Alla sessantesima volevo lasciare il film e tornare a casa, avevo un ematoma nerissimo dal ginocchio all’inguine. Dopo la Val Senales ci siamo spostati a Londra, in studio. Dovevamo indossare gli stessi indumenti che avevamo portato a -30°, solo che lì c’erano 26°, e al posto della neve c’era il sale. C’era un addetto che versava sale in un ventilatore, ti arrivava addosso e ti entrava negli occhi facendoti lacrimare. Una cosa terribile. Terribile. Preferirei scalare l’Everest che rifarlo”.

Jason Clarke (Rob Hall) e Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
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Considerazioni finali
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Per me il film ha superato la prova della credibilità alpinistica e non ha mai urtato la mia sensibilità, non dico di espertissimo himalayano ma almeno di persona che ne ha una idea. Qualche tempesta l’ho vissuta pure io, tanto tempo fa, e le scene del film sono veritiere, assolutamente realiste: perché non sono minimamente caricate. La morte evidentemente arrampica ancora accanto, come diceva Toni Hiebeler. Ma non è lei la morbosa protagonista del film. Neppure la montagna lo è, come dicono giustamente Messner e Moro. Lo è invece quella domanda di fondo, strisciante, sul perché di tutto questo. Il fascino di una domanda cui non si può risponder se non la si prova. Forse la ricerca affannosa e pervicace del proprio destino. Fino alle estreme conseguenze.

La “stupidità” delle spedizioni commerciali, il nascere e lo svolgersi dei meccanismi competitivi si possono toccare con mano, senza che sia dato un giudizio, senza un assunto morale. Si vede bene come oggi la scalata dell’Everest sia un penoso trascinarsi di corda fissa in corda fissa, si vede ancor meglio l’ottusa mentalità di molti clienti che hanno reazioni isteriche. Una valanga riesce a smuovere la scala gettata a ponte nell’abisso di un crepaccio enorme della Seraccata e Beck Weathers che la stava traversando cade, rimanendovi disperatamente aggrappato perché assicurato da due cordini con moschettoni. Rob Hall si precipita dal terrorizzato Beck e lo rimette in piedi. Questi non ha di meglio da dire che: “Non ti ho pagato 65.000 dollari per fare una coda alle scale, come in un supermercato!”.

La ben ascoltata consulenza di un esperto alpinista (cinque volte salitore dell’Everest) e moviemaker David Breashears è palpabile in ogni momento.

Jason Clarke (Rob Hall) guida la fila nella risalita al Colle Sud dell’Everest
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Fino al gran finale, i decessi in massa. Le conversazioni di Rob Hall e di sua moglie Jenal satellitare, intermediate da Helen Wilton. Il regista ha sparato alto e gli è andata bene. Poteva risultarne una scena penosa e invece l’attrice Keira Knightley propone uno strazio dolce, quasi fosse una liberazione. Anche la bravissima Emily Watson, nel ruolo di direttrice del campo base Helen, ha un che di materno unito a una grande forza.

Comunicato stampa ufficiale del film
Everest, un film Universal Pictures diretto da Baltasar Kormákur, è il film d’apertura, fuori Concorso, della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre 2015), diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta.
Everest sarà proiettato in prima mondiale il 2 settembre nella Sala Grande (Palazzo del Cinema) al Lido di Venezia.
Ispirato a fatti legati al tentativo di raggiungere la vetta della più alta montagna del mondo, Everest Sahara sottovento Occhio M occhi 14 a US 2 6IUxTwFfqdocumenta il viaggio di due spedizioni che si imbattono in una violentissima tempesta di neve. Il coraggio degli scalatori viene messo a dura prova dalla forza della natura, che trasformerà la loro ossessione in una lotta per la sopravvivenza.
Everest è una produzione Working Title Films. E’ interpretato da Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Michael Kelly, Sam Worthington, Keira Knightley, Emily Watson e Jake Gyllenhaal.
E’ prodotto da Tim Bevan, Eric Fellner, Baltasar Kormákur, Nicky Kentish Barnes, Brian Oliver e Tyler Thompson.
Everest è presentato da Universal Pictures e Walden Media, in collaborazione con Cross Creek Pictures, ed è adattato per lo schermo da William Nicholson (Il gladiatore) e dal premio Oscar® Simon Beaufoy (The Millionaire).
Il film è stato girato in Nepal, alle pendici dell’Everest, sulle Alpi italiane (Val Senales, Alto Adige), negli studi di Cinecittà a Roma e nei Pinewood Studios nel Regno Unito.

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In vetta a tutti i costi!

  In vetta a tutti i costi!
di Stefano Michelazzi

Ricordo ancora quel 6 maggio del 1976.
Ricordo ciò che provai, pur abitando a Trieste dove il sisma si sentì fortissimo ma causò pochissimi e ridicoli danni.
Ricordo bene le immagini dei giorni a seguire. Le immagini di un Friuli dove si andava la domenica a giocare sui prati che non esisteva più.
Ed era stato meno forte di questo…

Il 25 aprile del 2015 rimarrà un ricordo indelebile e un trauma che nessuno e niente potrà cancellare.

25 aprile 2015: tra le immagini che scorrono in internet della nostra festa italiana a un certo punto cominciano a scorrere immagini di una catastrofe.
Con le panzane e le bufale che sono di moda attualmente, al primo momento mi chiedo se non siano immagini farlocche.
Poi ne vedo sempre di più, arrivano notizie da diverse pagine di notiziario e la festa non ha più importanza, anzi vedendo quelle foto mi sento quasi a disagio per aver festeggiato…

Il Campo Base dell’Everest dopo la valanga del 25 aprile 2015. Foto: Azim Afif, via Associated Press

Un terremoto così forte non è in memoria. Si paragona, si assimila, ma con dati poco certi con supposizioni antiche, lì in quell’angolo sperduto di estremo oriente del quale si conoscono soltanto i percorsi turistici di moda, sanno soltanto che tutto è crollato o sta crollando, che il vicino di casa è scomparso tra le macerie, che una mamma cerca il suo bambino che non troverà mai più, che un altro bambino si riterrà fortunato di essere rimasto orfano…

Ma non basta… Un’altra scossa di poco più lieve spacca un’altra volta il Paese delle montagne, un’altra mazzata a un popolo che già di per sé si regge in piedi a malapena.

Nepal, Patria della cima più alta del mondo. Sagaramāthā (Dio del cielo), questo il nome nepalese di quello che noi occidentali conosciamo come Monte Everest.

E qui, al campo base che accoglie le spedizioni che arrivano da tutto il mondo per tentarne la salita, gli alpinisti presenti vengono travolti da un’immensa valanga che lascia sul terreno 18 morti.
Altri alpinisti rimarranno feriti o scompariranno a causa di frane e smottamenti in altre zone del Paese che stavano esplorando.
Alla fine il conto sarà di una ventina di morti tra le vittime della comunità alpinistica.

I riflettori dei media dove si puntano in una situazione come questa? Di che si parla nei notiziari prima di ogni altra cosa?

Sono oltre seimila ad oggi i morti stimati tra la popolazione ed un conto preciso alla fine risulterà pressoché impossibile, vista la particolare strutturazione antropica del Paese, dove esistono villaggi non contemplati sulle mappe e dove raggiungere molte zone è reso quasi impossibile dalle condizioni franose del terreno, dove alcuni villaggi sono stati letteralmente fagocitati da enormi voragini e non ci sono sopravvissuti, come spiega l’inviato di Repubblica in questo servizio:
http://video.repubblica.it/dossier/terremoto-in-nepal/l-inviato-ritorno-al-medioevo-nel-nepal-rurale-interi-villaggi-inghiottiti-dalle-frane/199157/198207?ref=HREA-1

Dove si posano i riflettori dunque?
Per due giorni i notiziari occidentali non fanno altro che trasmettere le immagini della valanga caduta sul campo base, raccontare dei reduci del campo1, che sono in difficoltà a scendere, parlare della ventina di morti tra gli alpinisti come se fosse quella la tragedia…

Tutte le vittime di una catastrofe hanno pari dignità perciò in molti cominciano a chiedersi quale dignità abbiano quei seimila e più a paragone della perdita tra gli alpinisti…

Da più parti si comincia a discutere e contestare questa situazione che mette in ombra la reale tragedia per illuminarne una piccola porzione. I social network fanno rimbalzare nella rete le proteste verso questa differenziazione tra morti di serie A e di serie B.

Marco Confortola dal campo del Dhaulagiri assicura che lui e i compagni stanno bene e che si arrangeranno a scendere, troveranno il modo, sono alpinisti, lo sanno fare. Non vogliono elicotteri, sanno della tragedia e gli elicotteri servono a chi ne ha veramente bisogno, i morti e feriti in tutto il Nepal!
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Tanto di cappello a lui e ai suoi compagni! Alpinisti di certo!

Al Campo Base dell’Everest intanto gli elicotteri cominciano i loro voli per trasportare a valle i superstiti, e dall’Alto Adige arriva la voce tonante e incazzata di Reinhold Messner:
“La vera emergenza – dice il Re degli ottomila all’Ansa – non è sull’Everest. Gli alpinisti dovrebbero essere in grado di badare a se stessi. Tutti ora parlano dei morti sull’Everest, ma il vero dramma si sta svolgendo nella Kathmandu Valley e nelle altre vallate, dove ci sono migliaia e migliaia di morti e dove manca di tutto”.
http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/04/27/news/tragedia-nepal-messner-contro-i-soccorsi-di-serie-a-e-serie-b-1.11316898

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Per noi italiani, per noi alpinisti italiani, il suo sbotto è una liberazione!
La stampa non segue molto le voci di chi non sia pubblicamente accreditato e finora non ha dato peso al “rumore” di chi contestava questa situazione.
Messner libera tutti questa volta!

Almeno da noi, almeno un po’, la “musica” cambia e il peso maggiore viene dato alle notizie della vera, immane, tragedia che ha sconvolto quel piccolo pezzo di terra, al quale molti di noi sono affezionati, per averlo visitato, per averlo sognato o per essere ancora prigionieri del sogno.

Le grandi Nazioni non ci stanno facendo una bella figura, questo è certo! L’aiuto dedicato dai governi è veramente poca cosa, solo il Regno Unito fa qualcosa di più, gli altri poco o molto poco e l’Italia ha troppo da pensare alle beghe di campanile. La stima degli aiuti è penosa:
http://www.internazionale.it/notizie/2015/04/28/il-punto-sulle-vittime-e-i-soccorsi-in-nepal

Gli italiani invece, il popolo italiano, si mobilita immediatamente. Sa bene il popolo italiano che cosa sia un terremoto. Guide Alpine, negozi specializzati o meno, associazioni di vario genere (e mi scusi qualcuno se l’ho dimenticato), organizzano raccolte di beni di prima necessità per convogliarli il prima possibile e aiutare con quel poco che diventa tanto, fin troppo… non si riesce più a spedire i convogli al momento e si faranno altre spedizioni nelle settimane a venire.

Beh, non siamo molto ben rappresentati (a tutti i livelli…), ma rimaniamo “brava gente”…

 

E fin qui, la nostra cultura occidentale già ci fa una magra figura (molto magra…!), ma non è finita.
No! Siamo o non siamo colonialisti per tradizione?
Più di SEIMILA morti (finora) a noi che importano?

Le spedizioni commerciali o meglio le agenzie che di questo commercio si interessano, fanno leva sul governo nepalese (che già più volte ha dimostrato di mantenere funzionari corrotti) e fanno sì che gli Sherpa siano già al lavoro per bonificare il campo base ed i campi alti della normale all’Everest e a piazzare le corde fisse, per quegli aspiranti salitori da operetta, che stanno aspettando di passare le loro ferie e non possono neanche immaginare di non realizzare quello per cui hanno pagato. SEIMILA morti (e più di sicuro…) che se ne stiano buoni-buoni, loro e i sopravvissuti e magari qualche rimasuglio di zaino o di giacchetta in pile, quando scendiamo glieli buttiamo, spacciandoli per un grande gesto di carità umana. Ci facciamo anche i selfie con i bambini sporchi di terra che fanno tanto colpo da noi in occidente…

Tutto questo squallore è facilmente trovabile in internet su diversi siti. Eccone alcuni:
http://www.myrepublica.com/society/item/20095-expedition-to-everest-to-continue-ice-fall-obstruction-being-removed.html (link in seguito rimosso, NdR)
http://www.nepalmountainnews.com/cms/2015/04/27/utm-mountaineers-in-everest-to-continue-climb/
http://m.setopati.net/news/6361/

Naturalmente la quasi totalità di alpinisti “normali” sta tornando a casa. Per tutti valgano le parole dell’inglese Adrian Hayes che dal Makalu fa sapere che tutti e 7 i team ai piedi della montagna (circa una trentina di persone) hanno deciso di tornare a casa: “I fattori e le ragioni sono diverse – scrive l’inglese -, in primo luogo relative alla morale e all’etica che c’è nel continuare la scalata mentre così tanta devastazione si è verificata nel Paese, e il rispetto per i desideri dei nostri sherpa, alcune famiglie dei quali sono state colpite. Chiaramente per tutti noi che abbiamo messo tanto tempo, energia e soldi nella spedizione è una grande delusione. Per me, che avevo un doppio obiettivo e che dopo il Makalu volevo andare al Lhotse, cancellato perché condivide il campo base con l’Everest, è addirittura una doppia delusione. Ma passa totalmente in secondo piano nel momento in cui la si mette in prospettiva e si considera la tragedia del Nepal. È solo una montagna dopo tutto. E tutto succede per una ragione…”.

Così scrive il New York Times:
(http://www.nytimes.com/2015/04/26/world/asia/everest-climbers-killed-as-nepal-quake-sets-off-avalanche.html)
“Buona parte del bilancio economico del Nepal è dato dal turismo, con in testa la salita all’Everest come massima attrazione.
Malgrado la ricchezza generata dagli scalatori della famosa cima costituisca soltanto una parte relativamente piccola dell’economia del Paese, questa rappresenta uno dei pochi modi di guadagnarsi la vita in Nepal.
Gli scalatori stranieri pagano le agenzie di professionisti e le guide occidentali qualcosa come 100.000 dollari per farsi accompagnare nella salita.
Gli Sherpa sono assoldati a circa 125 dollari a salita trasportando i bagagli (peso pro capite fissato a 20 libbre – circa 10 kg).
Le agenzie pagano al governo nepalese migliaia di dollari a scalatore per ogni licenza e queste tasse fruttano al governo dai 3 ai 4 milioni di dollari annui.
In tutto questo si inserisce anche l’indotto con alberghi, ristoranti e schede telefoniche oltre al supporto per gli escursionisti.”

Sembra quasi vero…

Ci vuole poco a fare i conti da questa stima e capire chi ci guadagna e chi è sfruttato. Schiavi in casa loro, mi verrebbe da definirli.

Appare ovvio che se nessuno ha interesse a sviluppare un’economia che abbracci anche altri settori, le popolazioni locali con i pochi mezzi a disposizione accettino di buon grado di venire sfruttati pur di sopravvivere e la descrizione del NYT non appare altro che una giustificazione nei confronti degli sfruttatori, disegnandoli come benefattori…!

Sul chi siano gli sfruttatori, poi, appare chiaro allo stesso modo…

In questo momento, il Nepal ha bisogno di aiuti umanitari che nel minor tempo possibile bonifichino la situazione disastrosa. In seconda battuta di aiuti per ricostruire.

Gli interessi economici travestiti da carità, non faranno altro che rendere un Paese, già malandato prima del terremoto, ancora più economicamente dipendente dalle organizzazioni commerciali e ancora di più in balia di funzionari criminali e senza scrupoli.

Credo che la comunità alpinistica italiana debba prendere una posizione ben netta su questa situazione. Gli elicotteri servono ad aiutare la popolazione devastata dal sisma, non a portare ricchi pancioni, viziati in gita di piacere!

Diversi alpinisti italiani, ma non solo italiani, hanno denunciato e continuano a denunciare questa situazione di colonialismo post-moderno, in un frangente come questo sarebbe ora di darsi da fare per rimediare almeno dove e come possiamo.

L’appello, che lancio da qui, è di far pressioni al nostro governo affinché contesti a livello diplomatico questo ignobile e squallido stato di cose. Contestando e contrastando laddove possibile le salite alpinistiche, dirottando gli aiuti sulle necessità delle popolazioni e non su quelle dei turisti senza scrupoli!

Collegio Guide Alpine italiane, Club Alpino Italiano e qualsiasi associazione che di montagna si interessi in questo momento devono sentirsi in dovere di sensibilizzare l’opinione pubblica e quella politica. Non cambieremo il mondo, ma di sicuro ci sentiremo meno sporchi e consci di aver agito per scopi umanitari!

Famosa foto della colonna di aspiranti summiters all’Everest. Foto: Ralf Dujmovits

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In scacco, l’Everest interrotto

In scacco, l’Everest interrotto
di Tashi Sherpa
tradotto da Alpinist n. 47, per gentile concessione di www.Alpinist.com

All’alba di una giornata di primavera sedici scalatori sono morti sulla Khumbu Icefall dell’Everest. In alto, un seracco gigante era collassato dalla Spalla Ovest, causando una valanga che ha travolto e trascinato tutto ciò che incontrava. Rallentati dai carichi pesanti, avanzando precari tra crepacci e torrioni di ghiaccio, gli uomini non avevano alcuna possibilità di scamparla. In pochi secondi, i corpi di tredici sherpa e di tre altri nepalesi giacevano sotto una colossale massa di detriti di ghiaccio, assieme all’armamentario. È stata la peggiore giornata della storia della montagna.

North Blu Pepe Marine Ginnastica Scarpe Uomo 585 Basse London Jeans Mix da Il versante nepalese dell’Everest con la via di salita. Al centro della foto e in basso è l’Icefall

I sopravvissuti erano paralizzati dallo shock e dal dolore. Qualcuno era arrabbiato con le autorità delle quali già s’immaginavano le dichiarazioni irrispettose delle loro perdite. Alla fine, tutti gli sherpa fecero i bagagli e se ne andarono. Molti non avevano il coraggio di insistere in un anno così nero (Lo Nag).

L’approssimativo percorso del crollo di seracchi dalla Spalla Ovest dell’Everest

Maggio racchiude la breve possibilità di salire in cima. Subito dopo arrivano le pesanti piogge del monsone. Già le nubi arrivavano e si concentravano, infauste, creando i primi cicloni sul subcontinente himalayano. Giunge notizia di elicotteri che portano al Campo 2 due clienti “indipendenti”, uno dei quali è anche andato in vetta. A prescindere se quest’azione è da considerare irriverente e fuori dal codice alpinistico, rimane il fatto che il perseguimento individuale di gloria spesso scavalca brutalmente la ragione e il rispetto.

I riflessi del teatro crudele di questa stagione hanno scosso profondamente la percezione di ciò che una volta consideravamo un’attività onorevole. Tra rabbia e paura, i vulnerabili hanno trovato nuova voce. C’è unanime condanna del modo in cui le spedizioni commerciali hanno ignorato il valore di un coefficiente così importante in ogni tentativo: quello dato dai lavoratori delle montagne. I francesi hanno un termine, enfants perdus, per i soldati che vengono assegnati ai posti più pericolosi. Questo termine è perfetto per coloro che, coraggiosamente, sono morti questa primavera e sono ancora lassù sepolti nel ghiaccio.

La nostra coscienza collettiva indietreggia di fronte all’idea del ricavo economico o della vanagloria che hanno precedenza sulla vita umana. Ogni primavera all’Everest sherpa capaci e altri lavoratori fronteggiano la prima minaccia della montagna sull’Icefall, con carichi pesanti si trascinano in posti da brivido, piazzando scale e corde tra torri in bilico nei momenti più freddi della giornata, perciò i meno pericolosi, in un freddo siderale. Dov’è la moralità in questo matrimonio di profitto e prezzo, in uno spietato mercato che riserva così poco a coloro che rischiano di più? Come abbiamo potuto permettere per così tanto tempo questa situazione?

Sono più triste che furioso, ma sono convinto che non possiamo far finta di niente di fronte a queste lezioni. Continuare così il prossimo anno e gli anni successivi sarebbe un tormento per chi invece ha a cuore le vittime e la loro memoria. Sull’Everest e su tutte le altre montagne dell’Himalaya non sarà mai più così.

La valanga che si è abbattuta sull’Icefall il 18 aprile 2014
Ora siamo a metà maggio, nella quarta delle sette settimane dello Shabden. Questo è un tempo assai impegnativo per i monasteri, dato che i monaci vanno di casa in casa a officiare il rito del passaggio. I suoni gutturali delle preghiere, il clarinetto requiem del Geling e ilo sordo battere dei tamburi del Nga orchestrano l’antico rituale di morte. Ciascuna famiglia in lutto deve essere presente alla cerimonia prpiziatoria per sette settimane. Lo chiamiamo Shipchu Shey gur, i quarantanove giorni di preghiera e di rinnovo.

I riflessi ambrati delle lampade a burro s’irraggiano sul ritratto del defunto. Nell’acre fumo del ginepro che brucia, i parenti cercano consolazione negli dei onnipresenti, ma spesso la trovano di più tra loro. Io non sono con loro adesso, ma so cosa succede in una casa in cui si è verificata una perdita insostituibile. Il quarantanovesimo giorno, dopo le offerte votive, a un’ora precisa, daranno l’addio definitivo al beneamato congiunto. Da quel momento il dolore, fino a ora così manifesto e udibile, sarà muto, privato. Qualcuno chiede se è stato dato da mangiare ai monaci, se è stato servito il tè agli ospiti, se c’è ancora abbastanza burro per le lampade. Vicini e parenti sono lì, un anziano dispensa qualche saggio consiglio. Tra i gemiti e i singhiozzi delle donne, si rollano i bead di thaynga nella continua invocazione om mane padme hum.

Ora il mondo è più cosciente di cosa siamo.
Un minimo di verità è finalmente apparsa. Ora non siamo più portatori o fantocci, né ci viene più attribuita la metafora del “sì, sahib-no, sahib”. Delle specie di Venerdì della montagna. I più sanno che siamo una comunità etnica di persone che una volta erano contadini, allevatori di yak o commercianti. Sei secoli fa, si dice, lasciammo il Tibet e ci stabilimmo nelle più remote montagne del Nepal nord-orientale. Grazie al nostro adattamento alla vita in quota capimmo la cultura dell’Everest e di quelli che vi cercavano gloria, nel bene e nel male, nel giubilo di una vetta o nella tragedia di un incidente.

Un sopravvissuto viene recuperato e soccorso in mezzo all’Icefall

Il mio cognome è un diritto accidentale di nascita. Non ho mai scalato alcuna grande cima.

In più, ho sempre lottato contro i vecchi stereotipi sulla mia gente. Siamo quelle perdute tribù tibetane che valicarono i passi più pericolosi tanto tempo fa? O quei martiri che si prodigano e si sacrificano per i loro clienti? Per tanto tempo i racconti di chi era stato qui contribuirono ad alimentare un’immagine utopistica del nobile montanaro. Non posso negare che a volte mi fa piacere sentire quanto eravamo considerati eroi invitti e senza macchia.

Ma non ne posso più di subire domande ingenue come quella “Oddio, dove hai imparato un inglese così fluente?”. Molti di noi sono scalatori o guide di trekking. Ma gli altri hanno le teahouse, hanno soldi in banca, sono scrittori, piloti, maestri, dottori e imprenditori. Devo appoggiarmi al mio senso dell’umorismo quando qualche non-sherpa dubita che io possa intraprendere qualcosa anche senza l’aiuto di qualche guru occidentale. Dobbiamo essere sempre visti come gli eterni secondi, con ai piedi i ramponi e sulla schiena un carico?

Nella storia abbiamo dato spazio agli altri, ma questo non vuole dire che non abbiamo dignità. In Touching my father’s soul l’autore Jamling Tenzing Norgay (assieme al co-autore Broughton Coburn) tratteggia scene eloquenti della spedizione del 1953 cui suo padre partecipò. Quando il team arrivò a Kathmandu, un ufficiale invitò i partecipanti occidentali a stare all’ambasciata britannica, e gli sherpa furono mandati a dormire in un garage senza servizi igienici. Al mattino, il capo spedizione biasimò gli sherpa per aver urinato fuori. Non sembrava proprio al comando di dover riservare ai loro partner un trattamento, se non paritetico, almeno decente. È evidente che il giudizio generale sugli sherpa li vedeva più che altro come animali da soma.

L’abituale fila di scalatori che si avviano al Colle Sud per scalare l’Everest

È stato scritto molto sulle liti infami tra europei e sherpa, la scorsa primavera del 2013 all’Everest. Come spesso succede nell’iperbole internet, le voci che hanno parlato più forte sono state quelle poi credute. E improvvisamente il piedistallo su cui i Mikaru (gli occidentali) avevano messo gli sherpa cominciò a vacillare. Prendere a pugni e a calci qualcuno è un atto che ripugna a tutti i buddisti, ma né la violenza né la non-violenza sono attributi che appartengono a una sola cultura religiosa o nazionale. Non sono sicuro che uno stimato cittadino occidentale l’avrebbe presa bene, fossi io entrato nel suo cortile e avessi accusato i suoi genitori di qualche depravazione sessuale. Solo parecchi mesi dopo, passata l’ira e lo scalpore, uno di noi fornì una versione sherpa dei fatti.

Non chiediamo di essere trattati come cavalieri senza macchia, perciò non è giusto, all’occasione, condannarci perché non ci comportiamo secondo stereotipi costruiti da voi.

Come bambino degli anni ’50, ho una visione piuttosto completa di quella che alcuni vedono come l’età d’oro dell’alpinismo himalayano. Osservai gli ultimi sprazzi di luce dell’impero britannico che davano luogo a una nuova sensibilità nelle comunità di scalatori sherpa dell’India post-coloniale. Nel 1954 fu fondato a Darjeeling l’Himalayan Mountaineering Institute. Il direttore operativo e la maggior parte degli istruttori era sherpa. Passai notti intere ad ascoltare storie che mai sarebbero state pubblicate. I nostri vecchi non avevano scritto alcun libro, ma i racconti che i miei zii facevano ai miei cugini e a me mi sono ancora oggi chiari come i colori seppia del loro album di foto.

È stato 61 anni fa che una personalità carismatica dal semplice nome di Tenzing Sherpa e un neozelandese di nome Edmund Hillary fecero la prima ascensione dell’Everest. Nella foto di vetta, l’eroe sherpa è simbolicamente stagliato nel cielo, con la sua maschera, trionfante sulla cima del Chomolungma, la più sacra delle montagne. Fu in quell’istante che si creò l’icona dello sherpa nel mondo.

Tenzing era indomabilmente avvenente, aveva tentato sette volte le barriere eccelse della montagna. Un leader naturale, esigeva rispetto da coloro che si affidavano ai suoi servizi e da coloro che ne seguivano il predicato. Egli fu sempre sincero, talvolta a dispetto dei suoi “padroni” britannici. Aveva una personalità ben più grande della sua vita e un sorriso così spontaneo da incantare testate e personalità di tutto il mondo. Ho letto e riletto la sua autobiografia e naturalmente mi vantavo in modo egoistico dell’amicizia tra le nostre famiglie. Nel karma post-bellico di un mondo disperato, Mr. Tenzing era il meraviglioso eroe dei fumetti. Era esclusivamente nostro, e lo contrapponevamo ai supereroi di carta o di celluloide.

La sempre più abituale ressa di alpinisti sull’Hillary’s Step, apoche decine di metri dalla vetta dell’Everest

Jeans da Mix 585 Uomo Pepe Ginnastica London Scarpe Marine North Blu Basse M’interessai e seppi tutto anche dei miei altri zii, le Tigri delle Nevi, figure che nei libri degli scalatori stranieri davano sempre prova di “forza, quieto carattere e impeccabile sincerità”, “intelligenza arguta”, “tremenda tenacia” e “grande tecnica di scalata”. Per qualche autore tutto ciò era forse abbastanza , esprimere la loro gratitudine citando e menzionando onorevolmente quei “tizi meravigliosi”, quando in realtà il legame che si era creato tra di loro dipendeva esclusivamente dalle situazioni estreme in cui si erano trovati. Per Ang Tharkay e i suoi coetanei, comunque, non era così importante cosa veniva scritto. La loro propria conoscenza del contributo che avevano dato li inorgogliva. Le figure meno visibili della narrativa himalayana si erano scoperti uguali ai protagonisti, anche se i nomi di questi uomini leggendari (Da Namgyal, Gyalzen Mikchen, Ngawang Gombu) sono sembrano oscuri come monete rare.

Hillary fu quello che io mi rifiutai di accettare per lungo tempo, questo spilungone che torreggiava su chiunque, anche su Tenzing. Sapevo poco dell’influenza che Hillary avrebbe avuto sulla valle del Khumbu. La scuoladal tetto di lamiera che lui riuscì a mettere insieme a Khumjung avrebbe aiutato centinaia di bambini sherpa ad avere un’educazione e ad allargare gli occhi per guardare il mondo. Ma quando lui si fermò davanti a casa nostra per un tè, lo evitai. Era troppo per uno scolaro di otto anni. Il meglio che potei fare in seguito per rimediare alla mia timidezza fu di scrivere un tributo a questo kiwi che era diventato uno dei più grandi sherpa.

Negli anni ’70 e ’80 gli scalatori occidentali proseguirono nello spirito esplorativo e tradizionale, cercando appassionatamente vie nuove sull’Everest, facendo scalate invernali e in stile alpino. Come leggende cresciute rapidamente, molti nepalesi erano interessati ai racconti di Chris Bonington e Pertemba Sherpa al riguardo della prima ascensione della parete sud-ovest o della salita solitaria di Reinhold Messner da nord. Se c’era una qualche spavalderia in quelle imprese, di certo era meritata, non erano tanti quelli che facevano cose del genere.

Gli anni ’80 furono anche l’inizio dell’era dei Super Sherpa, che continuò anche la decade dopo. In Nepal, le notizie della sera tenevano conti di chi era salito e quante volte. C’era un bel po’ di gente che gareggiava amichevolmente a suon di numeri sul Sagarmatha. Ang Rita, Sundare, Babu Chhiri e quell’ometto di Apa, ciascuno faceva sempre meglio dell’altro. Gli si faceva gran festa sul momento poi nelle racconti di qualcun altro gli si dava uno spazio marginale. Forse non eravamo capaci di metterci in mostra. Sebbene il senso dell’avventura rimanesse intatto c’era la sensazione generalizzata che, ad ogni conquista in più, la regale corona di neve della vetta perdesse sempre di più fascino.

La vetta più sognata del mondo
Marine Uomo Basse Pepe Mix 585 Scarpe London da Blu Ginnastica North Jeans

E poi arrivò il diluvio. Qualcuno sembrava aver scoperto un filone nascosto di cacciatori di trofei con tanto danaro a disposizione. Fu lì che gli scalatori divennero consulenti di avventura e vendettero il sogno Everest. L’avvicendarsi delle spedizioni portò persone di mondo in cerca di gloria, ricconi in pensione, magnati del software e rampolli di nobile schiatta: era permesso a tutti di compiacere l’alpinista che era in loro sulla vetta più alta del mondo. Il Campo Base dell’Everest divenne raduno chiassoso di spedizioni d’alto profilo con clienti adeguati, morbosamente curiosi delle altezze. Non è richiesta esperienza precedente, solo un po’ di allenamento alla quota, porta la tua carta di credito e noi faremo il resto. Abbiamo i migliori scalatori del mondo che si prendono cura di te. Il richiamo della montagna si prestava all’incanto del commercio, e in un attimo quelli del business seppero cosa chiedere ai clienti e cosa spartire con i partner nepalesi.

Gli scalatori sherpa, quelli che avrebbero dovuto “prendersi cura”, stavano a guardare stupiti. E, secondo l’usanza buddista dell’accettazione di ciò che la vita dà, si organizzarono tra di loro, contenti di aver più lavoro per la stagione. Pochi si chiesero che cosa avrebbe comportato il “noleggio” di gente meno avvantaggiata in uno dei lavori più pericolosi del mondo.

Perché, mi chiedo, e non sono il solo, c’è voluta una tragedia così grande come questa per riesaminare il nostro comportamento? Dal 1922 al 2013, 252 nepalesi sono morti in spedizione. Non malediciamo nessuno per i movimenti delle montagne o per ciò che succede naturalmente su di esse: questo è il rischio inerente all’avventura. Ma non è necessario alcun complesso algoritmo per essere d’accordo sull’incongruenza amorale di un sistema di valori che riserva compensi così bassi ai lavoratori con i rischi più alti. Quelli che sono morti il mese scorso avevano un’assicurazione di 10.000 dollari (un milione di rupie). Oggi, i funerali di medio livello costano più della metà di quella somma. Un normale cliente alla fine paga più di 65.000 dollari per il privilegio dell’Everest, e il governo nepalese rastrella milioni di dollari con i permessi: ma pochi finora hanno provato a sostenere con misure consapevoli, efficienti e durevoli gli interessi dei lavoratori delle spedizioni e delle loro famiglie. La pratica di chiedere molto e pagare poco, l’approccio permissivo al business della scalata sono alla radice di questa situazione.

In un recente articolo del Wall Street Journal, il proprietario di un’agenzia straniera di scalate ha affermato che i salari degli sherpa li rendono multimilionari nel nostro paese. La maggior parte delle guide sherpa guadagna in media tra i 2.500 e i 6.000 dollari a stagione. Le guide occidentali ci ricavano il quadruplo, se non di più. Ma se uno sherpa guadagna una media di 5.000 dollari nel giro di dodici mesi, vuole dire che ne guadagna 420 al mese. L’affitto per un modesto appartamento a due letti nel suburbio di Kathmandu ne richiede 150. Mandare un figlio a una scuola decente costa 150 dollari al mese: per cibo, trasporti e servizi ne rimangono dunque solo 120, e c’è tutta la famiglia che ne ha bisogno! C’è un arcaico elemento di imperialismo nel pensare che ogni protesta sherpa equivalga all’uccisione della gallina d’oro, come se fosse insito il nostro dovere di essere sempre grati al nostro datore di lavoro per la generosità di darcelo e di mai chiedere qualcosa di più equo.

Il delegato governativo nepalese è al campo base dell’Everest per convincere gli sherpa a non interrompere la stagione. Non ci è riuscito.

Tutti quelli cui tutto ciò importa cercano risposte e soluzioni valide, non balsami lenitivi. Nella buona volontà dell’immediato post-tragedia, la raccolta frettolosa di offerte alle famiglie colpite non ha fatto che scontrarsi con il nostro dolore pieno di sensi di colpa. Questa generosità nobile è commisurata con un senso profondo di giustizia e compassione. Sono contento che i bambini e i familiari delle vittime abbiamo questo concreto sostegno. Non lenisce la loro pena immensa, ma alleggerirà l’incertezza del loro futuro.

Già, e il futuro?

La sfida imminente è che noi riusciamo a tenere ben alti i decibel del rumore che facciamo sulle nostre questioni e che non ci facciamo mettere sotto dai vari interessi economici e politici. Non è nostro obiettivo avere la condanna di qualcuno. Ciò che vogliamo è fare un po’ di chiarezza nella confusione caotica, trovare soluzioni fuori della retorica e del casino. Attraverso la raccolta dei dati, la ricerca e l’analisi, dobbiamo fare un audit pubblico su ciò che l’industria della scalata è diventata.

Primo, dobbiamo avere una visione chiara di ciò che vogliano sia l’Everest oggi e domani. Il saccheggio del monte deve terminare subito. Questa montagna delle montagne è un prezioso simbolo di grandezza per tutti i nepalesi. Ma dare il permesso indiscriminato praticamente a chiunque abbia il desiderio di comprare un biglietto per la cima non fa che dissacrare l’altare. Ci sono troppa folla e rifiuti sui suoi versanti. Coloro che vogliono provarci per avere il permesso devono fornire adeguata prova di essere stati all’altezza su altre montagne. Al governo direi: alza il fee d’ingresso, assicura adeguata ed equa distribuzione dei guadagni e smettila di ascoltare quei profittatori che vogliono solo un’autostrada per i propri lauti guadagni.

In un’editoriale di Republica Pema Sherpa ha espresso uno dei più immediati bisogni: dare una propria voce ai lavoratori di spedizione, “una forte rappresentanza in Kathmandu per riuscire ad avere condizioni per un lavoro più sicuro, vita adeguata, assicurazione medica e opportunità d’istruzione tecnica… queste rappresentanze dovrebbero essere del tutto autonome dalle agenzie nazionali ed estere di turismo montano e trekking”. Lei ha ripetuto la domanda delle guide locali per fare sì che i contributi ai bambini che hanno perso i genitori vengano direttamente dagli incassi per i permessi. E ha anche precisato il diritto degli sherpa di dar voce alle loro opinioni su tutte le questioni che la comunità deve affrontare. Stando ai fatti e seminando solo verità troveremo certamente risposte.

La figlia di Ang Kaji Sherpa, una delle vittime del 18 aprile, sviene durante la cerimonia funebre celebrata a Syambhunath, Kathmandu

In memoria dei nostri sedici martiri che morirono nell’aprile 2014 e per le migliaia di lavoratori di spedizione che si troveranno ad assumere rischi in Himalaya, non possiamo stare in silenzio.

L’estate sta andando, ma oggi soffia freddino dalla montagna. Il freddo che sentiamo non viene dai blocchi di ghiaccio dell’Icefall ma dalla desolazione delle famiglie che hanno perso per sempre mariti, padri, fratelli. Come buddista, prego che il prossimo regno gli porti più fortuna, e come sherpa chiedo alla Dea Madre del Chomolungma di essere comprensiva e di perdonare.

Om mane padme hum

postato il 21 settembre 2014

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Everest, tragedia e farsa

Everest, tragedia e farsa
di Carlo Alberto Pinelli

C’è voluta la morte di sedici Sherpa nel labirinto della seraccata detta “Lo schiaccianoci” che separa il campo base dell’Everest dal campo primo, perché alcune notizie su quanto da anni sta succedendo lungo i pendii della più alta vetta del mondo raggiungessero il grosso pubblico. Ma già nel 1997 Jon Krakauer  nel suo best seller: “Aria Sottile”(Into thin Air) aveva descritto in modo inequivocabile e agghiacciante la degradazione che l’abuso delle spedizioni commerciali stava provocando nell’alpinismo himalayano, con abbondante corredo di decessi e amputazioni. Chi avesse pensato che tali descrizioni avrebbero portato ad una saggia inversione di rotta, si sarebbe sbagliato di grosso. Perché è accaduto proprio il contrario, come dimostrano le desolanti foto già pubblicate nel giugno del 2013 dal National Geographic Magazine. La scalata dell’Everest si è trasformata ormai in un business cinico e spietato che coinvolge ogni stagione migliaia di visitatori e centinaia di spregiudicati operatori turistici, portando una gran quantità di valuta pregiata nelle disastrate casse dello stato nepalese. Cosa quest’ultima che rende estremamente improbabile un serio intervento governativo per limitare l’afflusso degli stranieri al dilà del campo base. Ormai la scalata all’Everest dal versante di Khumbu è praticamente gestita in ogni sua fase dai montanari di etnia Sherpa, i quali guadagnano in media da venti a quaranta volte più di un impiegato governativo.

Sulla seraccata (Ice Fall) del versante nepalese dell’Everest

Sono gli Sherpa ad addomesticare con ponti di metallo  la pericolosa seraccata iniziale, pretendendo poi (giustamente) un pedaggio. Sono gli Sherpa che attrezzano tutto il successivo itinerario, fino in vetta, con chilometri di corde fisse lungo le quali arranca, armata di jumar, l’interminabile processione dei loro danarosi clienti. Sono gli Sherpa che scavano le piazzole per le tende dei campi alti, portano le bombole di ossigeno, i viveri, i sacchi letto, i fornelli. Sono gli Sherpa che cucinano la cena e la prima colazione per quei branchi di stolidi stranieri ossessionati dalla vanità di raggiungere la cima, pur non essendone all’altezza. Sono infine gli Sherpa che trasportano in basso, a pagamento obbligatorio, i bidoni delle latrine del campo base, stracolmi di deiezioni umane. L’Everest è diventato per loro la gallina dalle uova d’oro: un lavoro di manovalanza specializzata particolarmente redditizio anche se non esente da seri rischi. Dunque il dolore per la recente tragedia, pur essendo giustificato e sincero, non dovrebbe prescindere dalla conoscenza e dalla valutazione del contesto. E questo contesto ha più ombre che luci. Negli ultimi tempi gli Sherpa – consapevoli che solo grazie al loro aiuto la macchina del business commerciale può andare avanti – si sono trasformati in una potente lobby che detta le proprie condizioni, anche se in genere senza alzare la voce e tende a considerare la montagna dal versante della via normale una sorta di proprietà privata. Hanno torto gli Sherpa?

All’interno di quell’allucinante e sovraffollato contesto dobbiamo dire di no. E’ sul contesto che bisognerebbe intervenire per tentare di salvare almeno una scintilla del significato dell’alpinismo himalayano. Impresa disperata, perché qualunque soluzione si volesse adottare essa non potrebbe prescindere da una radicale diminuzione dei visitatori, con conseguente contrazione delle entrate per tutti: governo, sherpa, guide e agenzie che organizzano le spedizioni commerciali. Sono soprattutto queste ultime le vere responsabili del disastro. Perché hanno imposto un modello di pseudo-alpinismo consumistico e inautentico, che rinnega e tradisce le ragioni stesse sulle quali si fonda l’alpinismo vero. E’ inutile nasconderlo: la salita all’Everest si è trasformata in una patetica parodia di se stessa. E’ stato il veleno di quel modello, introdotto a suon di dollari dalle spedizioni commerciali, a plagiare la mentalità degli Sherpa e a corrompere le fragili radici della loro cultura tradizionale,  fino a trasformarli in complici a tutto tondo. Per questa sola ragione siamo disposti a perdonarli, anche quando evitano di prestare soccorso ad alpinisti in gravi difficoltà non appartenenti all’agenzia per la quale in quel momento stanno lavorando, o minacciano, coltelli alla mano, le poche cordate indipendenti che osano sfiorare una delle loro corde fisse. I casi descritti da Fausto De Stefani e da Simone Moro sono esemplari, sebbene non (ancora) generalizzabili.

Sull’Ice Fall dell’Everest. Foto: Manuel Lugli

Marrone Damocle Brouge Uomo U Scarpe Stringate Brown B Geox q7xfZP

Ma c’è un limite a tutto, anche per gli Sherpa più “robotizzati”. Pochi giorni fa, la resistenza dei datori di lavoro alla concessione di una pausa nell’attrezzatura dell’itinerario di salita (quest’anno particolarmente insidioso) per permettere alla manovalanza di compiere le tradizionali cerimonie funebri e per riprendersi dallo shock, ha provocato una violenta reazione, culminata in uno sciopero ad oltranza. E’ bastato questo soprassalto di orgoglio identitario (unito per verità alla più prosaica richiesta di un maggiore riconoscimento assicurativo e alla ben comprensibile paura di lasciarci la pelle) per costringere decine e decine di pseudo-alpinisti  ad abbandonare l’impresa e a tornarsene a casa con la coda tra le gambe. Un fatto che la dice fin troppo lunga  sulla totale dipendenza dall’aiuto degli Sherpa di quelle schidionate di sprovveduti Tartarini di Tarascona.

Ora abbandoniamoci per un momento al piacere dell’utopia e proviamo ad elencare i provvedimenti minimi che sarebbe possibile prendere se il mondo che ruota intorno all’Everest non fosse quello che invece è.

Il primo provvedimento potrebbe consistere nell’imposizione del numero chiuso stagionale. Le presenze degli alpinisti andrebbero almeno dimezzate. La perdita di introiti per lo stato nepalese potrebbe essere compensata in parte da un aumento significativo delle royalties.

Il secondo provvedimento dovrebbe prevedere la proibizione dell’uso dell’ossigeno durante l’ascensione (non la notte), almeno sotto agli ottomila metri di quota e l’obbligo di riportare a valle le bombole vuote. Basterebbe tale norma per togliere di mezzo i tre quarti degli aspiranti “conquistadores”.

Il terzo provvedimento dovrebbe limitare l’attrezzatura della via di salita con corde fisse ai soli tratti veramente difficili. Inoltre ogni spedizione dovrebbe avere l’obbligo di recuperare tutto il materiale posto lungo l’itinerario, corde incluse.

Il quarto provvedimento vieterebbe la salita a chi non abbia già nel curriculum l’ascensione certificata di una vetta himalayana superiore ai settemila metri.

Il quinto provvedimento riguarderebbe i liaison officers che il governo impone a tutte le spedizioni. Questi personaggi, oggi del tutto inutili e spesso facilmente corrompibili, dovrebbero essere formati attraverso specifici corsi, simili a quelli che da anni Mountain Wilderness tiene in altre regioni montane dell’Asia (India, Pakistan, Afghanistan).

Va da se che nulla di tutto ciò accadrà, per lo meno  finché l’UIAA non si deciderà a studiare e mettere in pratica interventi efficaci e durissimi. Il primo passo potrebbe consistere nella messa a punto di un severo protocollo comportamentale, particolarmente restrittivo, relativo alle spedizioni commerciali, seguito dall’ espulsione senza appello da tutte le associazioni alpinistiche di chi non ne rispettasse scrupolosamente le regole. Utopia nell’utopia?

Carlo Alberto Pinelli
maggio 2014

 

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Everest, tragedy and farce

Everest, tragedy and farce
by Carlo Alberto Pinelli

It took the death of sixteen sherpas in the labyrinth of the so-called “Nutcracker” icefall that separates the Everest base camp from Camp 1 for news of what has been happening for years on the slopes of the world’s highest peak to reach a wider public. But  already back in 1997 Jon Krakauer, in his best-selling book “Into thin air”,  had lucidly and bleakly described the degradation – complete with deaths and amputations – that the excesses of commercially-run expeditions have brought to mountaineering in the Himalayas. Anyone who thought that those reports might have led to a change of course was seriously wrong: what happened was exactly the opposite, as can be seen in the chilling photos published in June 2013 by the National Geographic Magazine. Climbing Everest has become a cynical and ruthless business that each season involves thousands of visitors and hundreds of  often unscrupulous tourist operators – and brings large sums of valuable currency to the Nepalese Exchequer. This is why it is extremely unlikely that the government will take serious measures to limit the flow of foreigners beyond base camp. Every stage of the ascent of Everest from the Khumbu side is now effectively managed by Sherpa highlanders, who earn on average between twenty and forty times the salary of a government employee.

Climbing the Ice-Fall on Everest
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It is the Sherpas who tame the dangerous first icefall with metal bridges and then (rightly) charge a toll; it is they who provide the kilometers of fixed ropes on the rest of the route to the summit, along which trudges the interminable procession of their rich, jumar-armed clients. It is the Sherpas who dig out the sites for tents at the higher camps, who carry the oxygen bottles, food, sleeping bags and stoves; who cook dinner and breakfast for the droves of foreigners obsessed with the futile ambition of reaching the summit despite not being up to it. And lastly, it is the Sherpas who, for compulsory payment, carry down the bins from the latrines of the base camp, full to the brim of human excrement. For them Everest has become the goose that lays the golden eggs: the work may carry serious risks but it is particularly lucrative. However justified and sincere our grief for the recent tragedy may be, it should nonetheless not blind us to an awareness and an evaluation of its context, which has more grey areas than white. In the certain knowledge that without their help the commercial business machine would come to a halt, the Sherpas have recently become a powerful lobby that  is about to consider the normal route up the mountain as its private property. Are they wrong? Within this crazy and overcrowded context we have to say that they are not. It is the context that needs to be addressed if even a spark of the real Himalayan mountain-climbing spirit is to be salvaged. A desperate venture, because there can be no solution that is not founded on a radical reduction in the numbers of visitors and a consequent fall in revenue for everybody concerned: the government, the Sherpas, the guides and the agencies that organize the commercial expeditions. It is, above all, the latter who are the real culprits in this disaster: they have imposed a consumer-driven, unauthentic type of pseudo-mountaineering that both denies and betrays the very rationale of real mountain-climbing. There is no point in hiding the facts: the ascent of Everest has become a pathetic parody of itself. The poison brought by this approach to mountain-climbing, introduced through the sound of dollars by the commercial expeditions, has plagiarized the Sherpa’s minds and corrupted the fragile roots of their traditional culture, to a point to make them accomplices.  For this reason alone we can forgive them, even when they fail to help a foreigner in serious difficulty who happen not to be climbing with the agency for which they are working just then, or when, knives in hand,  they threaten the few independent parties that dare to come close to one of their fixed ropes. The episodes described by Fausto De Stefani and Simone Moro are typical, albeit not (yet) generalized.

But everybody has a limit, even the most “robotized” Sherpa. A few days ago a refusal by employers to allow a pause in preparing the ascent route (which is particularly insidious this year) so that the workers could observe their traditional funeral ceremonies and recover from the shock, was met with violent protests that culminated in an all-out strike. This fit of identity pride (combined, in truth, with a more prosaic request for improved insurance coverage and the easily comprehensible fear of paying the ultimate price) was enough to force dozens of pseudo-climbers to abandon the attempt and go home with their tails between their legs – which says it all on the subject of the complete dependence of these bunches of incompetent Tartarins de Tarascon on the help of the Sherpas.

Now let us for a moment indulge in the pleasures of Utopia and attempt to list the minimum measures that could be taken if the world that revolves around Everest were not what it is.

The first measure could be the imposition of a limited number of climbers per season, reducing them by at least half. The loss of revenue for the Nepalese government could be made up in part by a significant increase in the royalties.

The second measure should be a ban on the use of oxygen during the ascent (not at night), at least below eight thousand meters, and a requirement to carry the empty oxygen bottles back down the mountain. This would suffice to eliminate three quarters of the would-be “conquistadores”.

The third measure should be a limit on the equipment used on the ascent route, with fixed ropes only on the really difficult stretches. In addition, each expedition should be required to recover all equipment placed along the route, including ropes.

The fourth measure should limit permission for the ascent only to those who can prove that they have climbed at least one Himalayan peak of over seven thousand meters.

Climbing the Ice Fall (Photo: Manuel Lugli)

Marrone Damocle Brouge Uomo U Scarpe Stringate Brown B Geox q7xfZPThe fifth measure would involve the liaison officers that the government imposes on all expeditions. These individuals, who nowadays are totally useless and often easily corrupted, should be required to follow special training courses similar to those held for several years by Mountain Wilderness in other  Asian regions (India, Pakistan, Afghanistan).

It goes without saying that none of this will come to pass; or not, at least, until the UIAA decides to consider stringent and effective measures and put them in place. The first step could be to draw up a particularly strict code of behaviour for commercial expeditions, while anyone who fails to observe those rules scrupulously should be expelled without right of appeal from every Alpine Club. Utopia within Utopia?

Carlo Alberto Pinelli
Director of the Asian Desk of Mountain Wilderness International

posted on May, 5, 2014